Il percorso

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Benvenuto al Museo diffuso del gusto di Parma, un percorso in 24 tappe che fa parte del circuito dei Musei del Cibo della provincia di Parma e ti porterà a vivere i luoghi della città legati da secoli ai prodotti d’eccellenza della Valle del Cibo.
Il percorso è gratuito ma l’ingresso in alcuni musei suggeriti richiede il biglietto di ingresso.
Per iniziare il viaggio è sufficiente inquadrare il QR-Code del primo totem che si incontra, digitare i propri dati, essenziali per riconoscerti nelle varie tappe, e quindi inquadrare ogni volta il QR-Code dei totem delle singole tappe.
Il pittore del Cinquecento, Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, ti farà da guida fra arte, storia, curiosità e sapori.
Se seguirai il percorso per più di 3 tappe potrai ottenere lo sconto su una degustazione in un locale tipico della città.
Se seguirai il percorso per più di 5 tappe potrai scaricare l’ingresso gratuito in uno dei Musei del Cibo del territorio.
La prima tappa si trova in Piazza Garibaldi, ma il viaggio può essere iniziato liberamente da qualunque totem del percorso e puoi saltare le tappe che non ti interessano.
Allo IAT, in Strada Garibaldi 18, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19, puoi chiedere gratuitamente la mappa del percorso.

Buona visita!

Il nostro cammino tra le tappe del Museo Diffuso parte dal cuore civile della città. Attorno al Palazzo comunale si concentravano i principali commerci: grano, verdure, farine, pesce, carni, sale, legna e carbone. Sotto i volti del Municipio, ancora oggi chiamati Portici del Grano, si legge la memoria di un luogo che per secoli è stato il baricentro economico di Parma.

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Proseguendo nei borghi alle spalle dell’edificio Comune, scopriamo il ruolo decisivo ricoperto dal sale nell’economia della città, bene prezioso per la conservazione degli alimenti e per lo sviluppo dell’arte salumiera parmigiana. Il toponimo borgo della Salina conserva la traccia dell’antica Dogana del sale, costruita dal Comune nel Duecento per controllarne e tassarne il commercio.

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In questo punto della città si incontrano due funzioni essenziali del vivere urbano: il commercio della carne e l’ospitalità. L’antico Palazzo dei Beccaj ospitava le macellerie cittadine, mentre la vicina Locanda Sant’Ambrogio, di origine medievale, accoglieva viaggiatori e clienti in uno spazio segnato da archi e un grande camino in pietra.

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A pochi passi dalla piazza comunale si teneva il mercato del pesce e da qui il nome Pescheria Vecchia: qui si vendeva soprattutto il pesce di acqua dolce proveniente dal Po e dai fossati cittadini, alimento di grande importanza nella dieta medievale. Poco distante, in Piazzale della Macina, si pagavano la gabella e poi la tassa sul macinato: un dettaglio che racconta quanto il cibo fosse anche materia fiscale e amministrativa.

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L’attuale via Cavour conserva nella sua storia la memoria della lavorazione delle carni. Qui si trovavano il macello, l’Ufficio della Scannatura, le bilance pubbliche e perfino il canale utilizzato per lo smaltimento degli scarti. Questa via, con la sua area circostante rappresentava un’arteria produttiva di grande importanza della Parma medievale.

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A pochi metri dal Piazzale della Macina si trovava l’antico borgo il cui nome rimanda direttamente alla crusca e alla farina – römel in dialetto parmigiano. In questa zona si svolgevano vendite e scambi legati ai prodotti della macinazione, mentre a poca distanza si apriva la Piazza delle Ortolane, dedicata al mercato di verdure e ortaggi. Anche questa tappa ci permette di capire come la geografia urbana fosse modellata dai bisogni quotidiani dell’alimentazione, dall’economia e dallo sviluppo sociale cittadino.

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Qui la toponomastica parla da sola. I nomi delle vie custodiscono la memoria dei laboratori di lavorazione della carne suina e degli insaccati (salame e coppa), favoriti dalla vicinanza del macello. Camminando in quest’area si percepisce come i mestieri del cibo abbiano lasciato un’impronta stabile nella forma e nel lessico della città.

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La cultura del cibo e i mestieri antichi si fanno pietra scolpita. Sul portale principale della Cattedrale compare una delle più antiche rappresentazioni della lavorazione delle carni suine: nel ciclo dei mesi, novembre è associato alla macellazione del maiale. Accanto a questa scena si riconoscono anche vendemmia, pesca di fiume, mietitura e altri lavori stagionali.

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Nel Battistero, che sorge a pochi passi dalla Cattedrale, il rapporto tra cibo, lavoro e tempo si fa racconto simbolico nell’opera altissima di Benedetto Antelami. I rilievi dei mesi mostrano attività agricole e gesti quotidiani: il grano, la vite, le rape, fino alla preparazione di salami e salsicce in un interno di cucina medievale. È una tappa preziosa perché restituisce il cibo come parte dell’ordine del mondo e del ritmo delle stagioni in dialogo con il fine racconto dell’ascesa spirituale che giunge al culmine nella volta del battistero parmigiano.

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Questa è una delle soste più affascinanti del percorso. Siamo alle spalle della Cattedrale, negli ambienti dell’antica Spezieria di San Giovanni (parte dell’omonimo Monastero Benedettino), dove si conservano arredi lignei, vasi, strumenti e testi farmacologici che raccontano la preparazione di erbe, spezie ed estratti. Qui il tema del cibo si intreccia a quello della cura: per secoli dieta e medicina hanno dialogato nello stesso orizzonte di sapere.

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Tornando verso via Cavour, lasciandoci alle spalle la piazza del Duomo, si apre l’antichissimo monastero delle Benedettine nel complesso di San Paolo. Al suo interno, nelle camere della badessa, viene custodito un tesoro di grande pregio, opera del grande Correggio: un percorso iconografico colto e mitologico che si intreccia con la rappresentazione del refettorio e del pasto frugale delle religiose.

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La visita cambia registro e si sposta nel mondo della Corte. Piatti, bicchieri, brocche, porcellane e centrotavola aiutano a immaginare l’eleganza della tavola di Maria Luigia e il valore rappresentativo del servizio da pranzo. Il cibo qui non è solo nutrimento: è gusto, cerimonia, prestigio, linguaggio del potere.

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Nel grande complesso della Pilotta, il Museo Archeologico conserva la Tabula Alimentaria Traiana, documento di eccezionale importanza, ma anche oggetti e suppellettili provenienti dalle Terramare del parmense che rimandano alla preparazione dei cibi in età antica. Questa tappa allarga lo sguardo e mostra come il tema alimentare attraversi la storia di Parma ben oltre l’età moderna.

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Qui il cibo diventa progetto, immaginazione, forma. La Biblioteca Palatina custodisce manoscritti di gastronomia, opere di cuochi di corte e soprattutto i disegni originali di piatti da tavola pensati per un banchetto ducale del Seicento. Una tappa che restituisce la tavola come costruzione culturale, estetica e politica.

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Nelle sale della Galleria Nazionale spicca lo straordinario trionfo da tavola realizzato in marmo, bronzo e alabastro: un capolavoro che rende visibile la spettacolarità del banchetto nelle Corti europee. Accanto, nature morte e altre opere d’arte mostrano come il cibo sia stato anche soggetto pittorico e simbolo di ricchezza, abbondanza e raffinatezza.

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Questa tappa racconta la città concreta e sociale. All’ombra della Pilotta, nell’area che un tempo si chiamava Borgo della Farmacia di Corte furono attivate sul finire dell’Ottocento, le cucine economiche per i poveri durante l’inverno. Il cibo qui non è esibizione né commercio, ma risposta a un bisogno primario e strumento di assistenza pubblica.

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Piazza Ghiaia è una delle grandi scene del commercio parmigiano. Qui nei secoli si sono tenuti fiere e mercati e vi hanno trovato collocazione il macello pubblico e le macellerie, fino a costruire un vero cuore commerciale cittadino. Ancora oggi, tra mercato e negozi di prodotti tipici, questa tappa permette di leggere una continuità viva tra la funzione storica del luogo e il suo uso contemporaneo.

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In questa piazzetta raccolta si percepisce il rapporto tra città e proprietà monastiche. Qui si teneva uno dei mercati più antichi, dove arrivavano i prodotti delle terre dei monasteri. Attorno si disponevano osterie e locande, segno di uno spazio animato, commerciale e popolare, che ancora oggi mantiene la sua vocazione con numerosi negozi alimentari di tradizione.

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La tappa nella Steccata invita a guardare in alto. Negli affreschi del Parmigianino compaiono granchi, colombe, gamberi, capri, frutti e altri alimenti caricati di significati simbolici e allusivi. È uno dei passaggi più sorprendenti del percorso, perché mostra il cibo come repertorio iconografico e spirituale, sospeso tra terra e trascendenza.

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Nella sala progettata da Amedeo Bocchi il lavoro della terra parmense prende forma in una decorazione densa di richiami simbolici. Spighe dorate, miele e immagini di abbondanza raccontano il legame tra economia, risparmio e fertilità del territorio. Qui il tema alimentare entra nell’arte del Novecento con un linguaggio monumentale e allegorico.

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In un’altra sala dal grande fascino artistico, poco distante, le pitture di Daniele de Strobel mettono in scena due pilastri dell’identità produttiva parmense: il latte e il pomodoro. Mandrie, il trasporto del latte, un “casello” per la produzione del Parmigiano Reggiano, la raccolta del pomodoro e la fabbrica della conserva compongono una narrazione visiva che lega campagna, industria e trasformazione alimentare.

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Questa tappa introduce una dimensione inattesa: quella musicale. Nel Conservatorio, sostenuto da Giuseppe Verdi, il percorso richiama i momenti in cui opera e convivialità si incontrano, dal Falstaff alla Traviata. Il gusto diventa così anche motivo poetico e sonoro, capace di risuonare oltre la tavola.

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Nel palazzo che oggi ospita le Collezioni d’arte della Fondazione Cariparma, il visitatore incontra due sale da pranzo ricostruite con arredi originali del XVI-XVIII secolo, ceramiche, vasi da cucina e nature morte alimentari. È una tappa che restituisce la tavola come spazio di rappresentazione domestica e sociale, tra eleganza degli arredi e cultura materiale del convivio.

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Il percorso si chiude in un luogo che parla di commerci, corporazioni e “devozione”. Qui transitavano merci dirette verso la Liguria e qui operava la confraternita dei Lardaroli, protagonisti della vendita di formaggi, carni salate, pesce conservato, burro e altri generi. È una tappa decisiva perché richiama anche il documento del 1612 che sancisce la denominazione d’origine del Parmigiano, uno dei più antichi atti di tutela alimentare conosciuti. Ma parla anche di San Lucio, protettore dell’Arte e lui stesso casaro.

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Siamo giunti alla fine del percorso. Gli ultimi passi ci riportano alla Piazza Grande, teatro secolare di ogni commercio. Che ci riaccoglie per congedarci più ricchi di saperi e, forse, sapori.